In attesa della seconda edizione della T3C ...

January 2, 2015

In attesa del 17 maggio 2015, e ringraziando nuovamente l'amico Luciano Comelli, vi lasciamo al suo

racconto di viaggio della prima edizione della T3C.  

 

http://isentieridellanimatrail.blogspot.it/

 

TRAIL DEI 3 CASTELLI ( T3C )

Gemona del Friuli - domenica 18 maggio 2014

 

8 ore 7 minuti 0 secondi segna il display al passaggio della linea del traguardo da parte del concorrente col pettorale n° 236. Ebbene sì sono io, ho portato a termine questo trail che inizialmente doveva essere ultra ma che a causa delle previsione meteo catastrofiche per il pomeriggio ha indotto gli organizzatori ad accorciarlo e a ridurlo, si fa per dire, a semplice maratona alpina ( le voci sul chilometraggio erano discordi ) ma con un dislivello che niente ha a che vedere con la tradizionale corsa di 42,195 km, nella versione integrale dovevano essere 3550 m, a occhio e croce, dopo lo “ sfalcio “ dovrebbero essere rimasti 2800/3000 m, cento più cento meno. Adesso che è finita posso godermi l’atmosfera rilassata e festosa del dopo gara: sorrisi da parte di tutti, concorrenti e organizzatori, andirivieni di espressioni felici di chi sa di aver fatto qualcosa di speciale, commenti e opinioni fra i partecipanti, battute e prese in giro da parte degli amici, tutto rigorosamente davanti a un fresco, buono e agognato bicchiere di birra , il primo, che avvia senz’altro ad una lesta ripresa fisica, mentale e, perché no, spirituale. Lo speaker ormai chiama i vincitori alla premiazione per una curiosità dei presenti alquanto relativa visto che ognuno di noi si sente a modo suo vincitore; dal primo che ha chiuso in 4h 34’ all’ultimo che ci metterà ( lo vedrò il giorno dopo in internet ) più di 11h, ognuno in cuor suo ha assaporato il gusto di aver conquistato qualcosa oggi, dalla prestazione di alto spessore sportivo alla consapevolezza di essere arrivato in fondo grazie alla caparbietà e nonostante un’approssimata preparazione, da chi ha preceduto qualcun altro a chi ha superato se stesso e le sue ataviche paure fino a quel momento dissimulate nei soliti “ non ce la farò mai “, da chi ha corso per tutto il tempo a chi si è fermato ad ammirare gli scorci più selvaggi, da chi si è limitato a sorseggiare soltanto un bicchiere di sali minerali ai ristori a chi ha accettato addirittura un pezzo di formaggio agli Stavoli Scric, la prima edizione di questo trail ha dispensato una sola vittoria, ovviamente per il primo arrivato, ma ha elargito tante piccole conquiste, per tutti gli altri .

 

Già pioviggina quando alle 08.02 viene dato il via ai quasi 300 partecipanti delle 2 versioni, lunga e corta, del T3C, incredibile si parte in discesa, ma è soltanto un attimo, comincia subito la salita al Castello dove a causa di un restringimento si perde l’abbrivio iniziale causando uno sfilacciamento dell’intero gruppo sin dalla partenza. Dall’altra parte dei bastioni ampi scalini ci portano ad attraversare parte del centro storico e ad uscire dalle mura e dopo la galleria “ Glemine “ finalmente ha inizio il trail quello vero, quello con la T maiuscola, dove sotto le scarpe tecniche sfilano solitamente tutti i tipi di terreno, dalla carrareccia al sentiero, dal sasso alla radice, dal fogliame secco all’erba alta, dal terreno franoso a quello compatto, dalla pietra scivolosa alla neve, e così il gioco si fa duro ma bello. Siamo ancora in tanti lungo il Sentiero dei 500 che avrebbe dovuto portarci al Zuc de Crôs e ognuno, a modo suo, cerca di impostare la propria corsa magari tallonando chi lo precede perché gli è consono il suo passo, qualcuno stenta a rompere il fiato e il suo ansimare si diffonde nel primo silenzio di questa uggiosa domenica di maggio che nulla ha di festaiolo e tanto meno primaverile. La temperatura è tuttavia gradevole seppur appiccicaticcia e il sudore già copioso si mescola alla pioggia fine che non ha ancora deciso cosa fare di questa sua giornata. Al contrario noi abbiamo già deciso la nostra e al bivio delle 2 corse, quelli della lunga si ritrovano come per incanto da soli, infatti soltanto ¼ dei partecipanti, obbligati, per così dire, a non scendere verso Artegna, continueranno a salire, con impegno via via più notevole, verso la prima cima, il Cuarnan con i suoi 1372 m. Non l’ho mai conquistato nemmeno da escursionista ma soltanto con lo sguardo negli innumerevoli passaggi autostradali e l’idea che la risalita di quel monterone verde fosse una formalità mi ha fatto pensare di poterlo affrontare in tutta scioltezza. Mai idea simile si rivelò più sbagliata, una volta superate Lis Presis, la lunga cresta sud-ovest, nel suo ingannevole verdeggiare, si presenta piuttosto ripida e le sue balze non mi danno tregua. Tanto è avvolgente la nebbia o nuvole basse che dir si voglia che il panorama risulta uguale da entrambi i lati, infatti, non si vede niente, però si intravedono il filo di cresta e l’esposizione, non male per essere questo un trail. La freccia escursionistica segna 1h 30’ alla cima così so che ci avrei messo, con il mio passo, poco più di mezz’ora per arrivare alla chiesa ivi collocata. Dopo 40’ la sagoma del Redentore è a malapena visibile ma sono in vetta, si scende, un primo controllo presso il Ricovero e più giù in sicurezza nel bosco, veramente piacevole adesso dopo il primo vero sforzo di giornata. Ristoro alla Malga Cuarnan prima di scendere alla Sella Foredor con il Cristo in attesa di quest’altro povero cristo che dopo la breve rincorsa si deve lanciare alla conquista della Cima Coppi, il Chiampon per l’occasione. Già detto che si vede poco o nulla posso soltanto immaginarla la cima, lassù. Anche qui il segnavia del C.A.I. mi da’ il tempo approssimativo di salita, scrive 1h 50’, impiegherò 1h, ma quanta più fatica stavolta. Piano, piano perdo di vista i miei compagni d’avventura che più allenati e leggeri di me si defilano ben presto verso l’alto letteralmente inghiottiti dalle nebulose spire. Nel 2006 un Vertical Kilometer proprio qui, in una splendida giornata autunnale, mi aveva regalato ben diverse sensazioni, splendide, di una salita impegnativa ma piacevole, un percorso panoramicissimo dove porre però il massimo dell’attenzione specialmente nell’attraversamento del famigerato e storicamente triste Passo della Signorina. Adesso che devo tirarmi su usando anche le braccia per superare roccette e gradoni, che il panorama, in parte celato dalla nebbia, mi lascia, anche qui, intravedere soltanto la notevole esposizione della salita, che mi devo mettere l’antivento perché la temperatura sarà sui 2-3 ° C, che il voltarmi mi fa ricordare di essere anche sceso in scioltezza lungo questo sentiero, mi riesce difficile pensare che otto anni fa fosse stato tutto così semplice e oltremodo piacevole. Non ho tempo per pensare a cosa sia dovuta questa trasformazione nell’approccio mentale alla salita del Chiampon, devo impegnarmi a fondo ma soprattutto rimanere concentrato sul percorso che non ammette sbagli di sorta. I numerosi asfodeli intravisti qualche centinaio di metri più in basso sono sfilati rapidi come i versi di una poesia senza rima. Io invece, che mi trascino su questa via antica bagnandola del mio sudore, per rime baciate come… tanta fatica e profondo dolore, scolpisco su queste rocce la mia Spoon River. Il controllo ai 1709 m della cima del Chiampon è una sorta di liberazione e anche provvidenziale al fine di indicarci la direzione da prendere per la discesa. Giù sul ripido macereto in direzione nord, pochi passi ed ecco la neve annunciata marcia e così è ma chi ci ha preceduto ha lisciato tutto e le scarpette da trail, nonostante il buon grip, non affondano e non “ prendono “. Alla terzaculatada rinuncio a una discesa ritta e, pur nell’incognita del percorso da seguire, qui la nebbia cela molto se non tutto, mi lascio sedere e scivolare, i bastoncini raccolti al mio fianco destro servono da freno e così la mia corsa, pardon scivolata, è controllata. Dopo una cinquantina di metri, quando il pendio sembra raddrizzarsi, anch’io mi raddrizzo ed entro nel bosco saltellando. Sono assieme ad altri 2 compagni di (s)ventura e assieme cerchiamo le bandierine, le tracce del passaggio sulla neve sono ambigue, qualcuna a destra l’altra a sinistra, segno che qualcuno ha sbagliato e qualcun altro conosceva bene il percorso. Si arriva al rifornitissimo ristoro degli Stavoli Scric, dove fanno bella mostra sul tavolo birra e formadi, ma è meglio rimanere su tè e crostata, un pezzo di banana, anche un po’ di zucchero è gradito, non si sa mai, qualche calo improvviso. Riparto da solo e da qui in avanti rimarrò solo fino al traguardo, ma quante cose da raccontarmi e mostrarmi ma anche da contraddirmi in questo lungo tragitto. Già dopo la Forca di Ledis, nei pressi della chiesetta, due addetti improvvisatisi fotografi mi “ impongono “ una foto ricordo con tanto di posa, l’alternativa era un tai di blanc che la mia astemia ha di fatto immediatamente escluso. Questo breve sali e breve scendi alla volta della Val Venzonassa sarà particolarmente piacevole, per la sua scorrevolezza, per i guadi sul Bombasine, gli stavoli semi abbandonati, le presenze rassicuranti degli addetti, la selvatichezza del luogo e poi la sorpresa della giornata, luoghi a me sconosciuti e che piacevolmente scopro ora, proprio la Val Venzonassa e il suo vivace torrente che accompagnerà con il suo canto e per un bel pezzo i miei esterrefatti silenzi. Nonostante il grigiore della giornata l’acqua laggiù e al mio fianco mantiene tutta la sua turchese bellezza, imbellettata dai numerosi affluenti piccoli o grandi che siano, conosciuti o senza nome, eterni o effimeri, che incessantemente rendono bella e felice questa valle dimenticata. Sorrido a questo regalo, il mio cuore sorride all’ignoto donatore ma il mio passo disincantato mi porta oltre ed è un ponte, un ponte di cemento (?) ad allontanarmi da questo paradiso e riportarmi dove la fatica si fa nuovamente sudore. Si sale ripidi, ancora, verso immaginati incontri spirituali ma la romita chiesa di S.Antonio si defila alla mia vista. Questa è l’ultima salita vera e la discesa su Venzone diventa una liberazione soprattutto mentale, almeno a me sembra sia così. Ed ecco di nuovo la Venzonassa da superare, stavolta su un ponte di legno, e salutare per l’ultima volta, quest’oggi. L’attraversamento di Venzone potrebbe essere una passerella, in realtà, e come è giusto che sia, la gente ha altro a cui pensare che al mio passaggio di folle corridore, questo mi consente di non venir distratto e magari pensare che è presto finita ( ma non sarà così ). Ben trovato ristoro! Come nei precedenti mi prendo tutto il tempo necessario per gustare quel poco che mi sento di prendere, ma va bene così. Venzone la conosco un po’, per i trascorsi turistico-escursionistici e uscire dalla porta di San Genesio a est e dirigermi alla volta della chiesetta dei Santi Giacomo e Anna piuttosto che salire a quella di Santa Caterina mi permette di trarre un grosso sospiro di sollievo per il prosieguo verso Rivoli Bianchi. Prima di intraprendere la salitella per Santa Agnese, una bucolica immagine interrompe la mia frenesia: un gregge tenuto al pascolo dal suo pastore, forse nell’unico spiazzo verde aperto sul candore della pietraia, si staglia sulla durezza degli appicchi del Plauris; dopo l’indifferenza cittadina mi ritrovo nell’ambiente che più mi è consono, la natura discosta e trascurata. Su alla Sella e alla chiesetta dedicate a Santa Agnese, qualcuno ha pensato che togliere le indicazioni del percorso poteva essere uno scherzo da furboni, mah! Per fortuna che di fronte al mio imbarazzo sono venuti in aiuto dei chiassosi scout accampati nei pressi dandomi le indicazioni per proseguire senza fallo. Gemona laggiù è un altro sospiro di sollievo, la torre ingabbiata del Castello mi fa l’occhiolino: “ Guarda che devi venire fin qui sotto, muoviti ! “ L’imperativo è quasi un dileggio per quella che ormai potrebbe essere la volata finale mentre percorro l’ampia carrareccia che in leggera discesa m’invoglia a un passo accelerato. Un nastro bianco-rosso posto di traverso al mio muggesano veleggiare mi riporta alla realtà e all’essenza del trail, il sentiero, il sentiero nel bosco, il sentiero in salita. Ebbene sì, Gemona scompare nuovamente alla mia vista e alle mie brame. So per certo dove mi trovo e cosa mi aspetta, questo è il Sentiero Naturalistico Silans, la cui percorrenza, per così dire a ritroso ( solitamente si parte da Gemona per aggirarla in senso antiorario e scendere a Ospedaletto nei pressi del lago Minisini, dopo la Sella di Santa Agnese e il Monte Cumieli ), mi porterà sulle alture che sovrastano Gemona con il Monte Glemine su tutte. Il Torrente Vegliato è ancora in lontana attesa del mio passaggio; da un po’ ho rinunciato anche a pronosticare l’ora del mio arrivo, non ne sto azzeccando alcuno, meglio lasciar perdere e concentrarsi veramente sugli ultimi chilometri. Oramai fuori da ogni schema di gioco, come nel gioco del calcio, anch’io sto dando il massimo per raggiungere quantomeno il pareggio, sì, sento che in questo momento sto perdendo, sto soccombendo. Devo raccogliere le ultime energie e spenderle lungo un tragitto che non ricordo più come è fatto e intanto si fa strada in me una strana consapevolezza. Bene, bene, si scende, dai che stiamo per arrivare, le gambe girano ancora, probabilmente le bellezze che mi circondano si saranno meravigliate della mia assenza contemplativa oppure avranno capito la mia sofferenza e cercano di assecondarmi trattenendosi dal catturarmi, adesso sento di non avere tanto tempo per godermi lo spettacolo, peccato, ma già ne sono certo, sarà per un’altra volta. Sono sull’asfalto, in strada, mi viene da dire finalmente, ma non ne sono del tutto certo, infatti: “ Fuarce, fuarce, ancjemò le ultime salide e dopo tu sês rivât! “ . L’addetto all’incrocio e lì per direzionarmi e lo vedo sentitamente dispiaciuto nell’indicarmi le scale che portano al Castello, che scemo sono stato a pensarla finita, mi ero dimenticato che alla partenza quella scalinata l’avevamo percorsa in discesa, bon dai, dopo ci sarà veramente quel pezzo di salita che si farà discesa per agevolare la mia planata sul traguardo. E così è: entro in Piazza del Ferro allo squillìo di trombe che vorrebbero interrompere la mia pace interiore, ma non è così, il battito forte del mio cuore si è chetato da tempo ormai, forse già dalla salita al Cuarnan o quella del Chiampon o….boh! Vengo accolto invece da un piacevolissimo incoraggiamento, un largo sorriso con annesso doppio click! e un grande “ give mi five “ di miei concittadini arrivati da poco anche loro dopo un giretto di 30 km dalle parti di Artegna e dalla cima del Cuarnan. A questo punto è proprio finita, ma davvero? E la strana consapevolezza? Beh, non era strana per niente perché il mio commento finale la dice lunga su questa indimenticabile cavalcata. Dopo quasi 35 anni di montagna ( di cui 30 con il Club Alpino Italiano ) durante i quali avevo imparato che dopo ogni salita c’è sempre una discesa, sono bastate 8 ore per smontare completamente questa mia fede, oggi ho scoperto, facendomene una realtà, che dopo ogni discesa c’è sempre un’altra salita. Più tardi quando tornerò a Trieste, quando rimetterò piede in casa, domani quando tornerò al lavoro e soprattutto nei prossimi giorni quando girerò nuovamente la chiave della messa in moto e risentirò il borbottio del mio motore forse ci avrò ripensato o addirittura non la penserò più o per niente così ma … quella sarà un’altra storia.

 

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